WeWomEngineers incontra l’Ingegnera Anisia Lauditi

WeWomengineers > Donne e Ingegneria  > WeWomEngineers incontra l’Ingegnera Anisia Lauditi
wwe incontra anisia lauditi

WeWomEngineers incontra l’Ingegnera Anisia Lauditi

Vi portiamo la storia di Anisia Lauditi, 24 anni, originaria di una piccola cittadina in Abruzzo affacciata sul mare. 

Ha iniziato i suoi studi per diventare Ingegnera Biomedica presso il Politecnico di Torino per poi spostarsi al Politecnico di Milano e focalizzarsi maggiormente sullo studio della Biomeccanica applicata in ambito cardiovascolare, percorsi entrambi completati con il massimo dei voti.

Da quali spunti è partit* per arrivare all’attività di cui si occupa in questo momento?

Ricordo che al mio quarto anno di liceo scientifico, su consiglio dei miei genitori, iniziai a guardarmi intorno per capire quale percorso universitario potesse essere maggiormente di mio interesse. Dopo ore di ricerche infruttuose, mia madre mi suggerì di cercare di cosa si occupasse l’Ingegnere Biomedico, professione nominata qualche giorno prima in un servizio del telegiornale. 

Leggendo sia gli sbocchi lavorativi che i programmi di studio capii che era esattamente la facoltà che avevo in mente. 

Iniziata l’università ho avuto la conferma di aver fatto la scelta giusta, dato che ogni argomento di indirizzo studiato mi lasciava affascinata e con la voglia di saperne sempre di più.

Ha avuto modo di fare altre esperienze oltre al percorso universitario?

Durante i miei studi, spinta dalla mia voglia di “fare” ho sempre cercato di partecipare ad attività extra che mi dessero la possibilità di applicare quanto stavo studiando. 

Durante il mio primo anno di triennale a Torino ho avuto modo di collaborare con l’Associazione No-Profit Hackability, che si occupa di co-progettare soluzioni custom-made per persone affette da disabilità. 

Ho avuto il piacere di lavorare con una bambina che all’epoca aveva 9 anni e che è affetta da SMA. Insieme a lei, ai suoi genitori e al team di 5 studenti di cui facevo parte, abbiamo realizzato un supporto brachiale agganciabile alla carrozzina che le permettesse di colorare in modo autonomo. Il momento più bello è stato quello del collaudo: vedere questa bambina entusiasta di quello che per noi era un insieme di ferraglia e il suo ripetere ‘ancora’ mentre lo provavamo nonostante fosse esausta mi ha dato riempito il cuore di gioia e di orgoglio per il lavoro fatto. 

Durante la magistrale, invece, ho collaborato con una studentessa di Ingegneria Aerospaziale per l’ideazione e la realizzazione del progetto HVBM, che ha come obiettivo la valutazione del processo di calcificazione delle valvole cardiache degli astronauti attraverso l’uso di un bench test compatto da istallare sulla stazione spaziale internazionale (ISS). Insieme, abbiamo approfondito l’idea di partenza e formato un team di studenti per la progettazione, presentando la nostra idea al 6th Mission Idea Contest di Tokyo, OrbitYourThesis program dell’ESA e alla conferenza aerospaziale IAC2020.

Quali sono le caratteristiche e le peculiarità che un/una biomedic* dovrebbe avere oggi e per il futuro al fine di collaborare sempre più direttamente con le realtà biomedicali incluso il nostro SSN (sistema sanitario nazionale)?

A mio parere, la chiave di volta è la capacità di lavorare attivamente in team, che non è affatto banale. Non si tratta semplicemente di dire e cercare di far prevalere la propria idea sugli altri, ma di saper ascoltare, valutare e cercare di venirsi incontro per trovare il giusto compromesso.

Ci sono state varie occasioni in cui ho potuto constatare quanto fosse stimolante ed efficace lavorare in un team affiatato e che condivide le stesse idee, ma le principali sono state durante i lavori di gruppo svolti nel percorso di Alta Scuola Politecnica (ASP), in cui sicuramente il diverso background dei membri del team ha contribuito positivamente alla creazione di proposte innovative e mai banali.

Un brevissimo consiglio per i nostri ragazzi, anche attraverso il titolo di un libro, una canzone, un film.

Il consiglio che mi sento di dare è quello di osare, di agire, di uscire dalla propria ‘zona di comfort’ e di spingere i propri limiti sempre un po’ più in là. Spesso, la paura più grande è quella di fallire e di non essere all’altezza delle aspettative proprie e degli altri. Sono convinta che, quando si crede in quello che si fa e si è guidati dalla passione, si debba proseguire testardi verso il proprio obiettivo, mettendo in conto che non tutto andrà come programmato e imparando al massimo dai propri errori. Le soddisfazioni arrivano sempre.

Un grazie speciale ad Anisia Lauditi per il suo splendido percorso condiviso e per voi che ci seguite, scriveteci alla info@wewomengineers.com e pubblicheremo la vostra storia!

user-gravatar
WeWomEngineers