WeWomEngineers incontra l’Ingegnere Gianmarco Sassi

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WeWomEngineers incontra l’Ingegnere Gianmarco Sassi

WeWomEngineers incontra l’Ingegnere Gianmarco Sassi

Dai suoi esordi, fino al 2009 la vita professionale di Gianmarco Sassi si è articolata in ambiente medicale, in gran parte nell’assistenza.

Dopo la laurea in Ingegneria Meccanica a Pavia, inizia a lavorare come tecnico di laboratorio: il suo compito era riparare i dispositivi che arrivavano nel repair shop o ricondizionare le macchine che venivano utilizzate nelle dimostrazioni.

Il secondo passo nella sua carriera è stato uscire sul campo come tecnico, occupandosi di riparazione direttamente nei laboratori sul territorio della sua area di competenza, che in quel momento comprendeva le province di Milano e di Pavia.

In seguito, la sua figura di Technical support ha cominciato pian piano a  focalizzarsi su una tipo di strumentazione denominata “Life support solutions”, ovvero i ventilatori per anestesia e rianimazione.

Si è occupato anche di marketing ricoprendo il ruolo Product Specialist e Product Manager per ventilatori in anestesia.

Dall’anno scorso è Global Remote Service Engineer.

Nella sua carriera ha ricoperto diversi ruoli professionali, possiamo spiegare qualche passaggio significativo?

Nel Technical Support sui sistemi di ventilazione per anestesia, la mia attività era concentrata sulla parte ventilatoria, ma questa è contemplata senza il controllo dei parametri vitali e viceversa.

Sia che si trovi in sala operatoria che in terapia intensiva, infatti, il paziente necessita di supporto vitale tramite la ventilazione meccanica ma anche che siano monitorati i suoi parametri vitali.

Come tecnico mi limitavo a riparare le macchine, mentre nel Technical Support fungevo da trade union tra casa madre e tecnici sul campo.

A quel punto mi recavo in loco per riparazioni particolarmente complesse quando i tecnici avevano bisogno di supporto per problemi particolari.

Ero anche responsabile dei training nella realtà locale, cioè dovevo trasferire le informazioni riguardanti aggiornamenti, casi risolti altrove, protocolli, traducendo in italiano e trasmettendo in cascata.

Quindi facevo in modo che il supporto venisse a contatto con le ultime direttive, lo stato dell’arte delle ultime release sui prodotti.

L’attività di marketing spaziava dal partecipare alle fiere che esponevano le ultime novità tecnologiche, alle dimostrazioni per illustrare le macchine utilizzandole direttamente di fronte al cliente, alla gestione del listino prezzi e della marginalità.

Chi erano i suoi interlocutori?

Mi interfacciavo con la forza vendita che poteva essere diretta o indiretta.

Quando parlo di “clienti” intendo a livello ospedaliero.

Ad esempio, per partecipare a una gara (d’appalto) avrei potuto portare in visione un ventilatore polmonare al primario di anestesia, in modo che il medico potesse valutare su quale tipo di dispositivo orientarsi.

Quindi doveva dare risalto alle caratteristiche tecniche della strumentazione…

Bisognava conoscere approfonditamente le caratteristiche tecniche della strumentazione per poterle confrontare con la concorrenza ed esaltare i punti di forza di quella che stavo spiegando.

Poi nel 2009 arriva la crisi…

C’è stata una riorganizzazione aziendale: sono passato nella parte Life science, dove ho fatto sempre il tecnico seguendo la parte di cromatografia e bioreattori.

Dopo qualche anno, data la mia precedente esperienza di marketing, aiutavo anche il service manager con la formulazione delle offerte contrattuali e promozioni.

Dal giugno 2021, sono Global Remote Service Engineer, ovvero fornisco supporto tecnico da remoto nel mondo.

Di cosa si occupa attualmente?

Quando un problema blocca uno strumento in ricerca o in produzione, l’utilizzatore, ovunque si trovi, ha bisogno di una risposta veloce ed efficace.

Il mio lavoro attuale, con la qualifica di Global Remote Service Engineer, consiste nell’essere il primo punto di riferimento per trovare una soluzione tecnica.

L’obiettivo è uscire dalla difficoltà e andare al root cause dell’evento scatenante. Utilizzo espedienti digitali per effettuare diagnosi e risolvere il problema quando possibile.

Posso contare su anni di esperienza per indicare le azioni più adeguate con l’ausilio della realtà aumentata.

Senza viaggiare fisicamente, supporto e interagisco con il dispositivo e soprattutto la persona dall’altra parte del videoterminale.

Da quali spunti è partit* per arrivare all’attività di cui si occupa in questo momento?

Una cosa che mi ha fatto propendere per il cambiamento ed occupare la mia posizione attuale è che, agevolata anche dal discorso pandemico, sta prendendo sempre più piede la digitalizzazione e quindi il supporto remoto.

Di formazione è un Ingegnere meccanico, poi però ha trovato ispirazione ed impiego in un ambito diverso. Cosa l’ha attirato verso il medicale e in seguito sul Life Science?

Sono partito con i miei studi con un’idea di cosa fare nella vita e a un certo punto sono andato incontro a quello che questa mi ha proposto.

La vita mi ha aperto questa opportunità nel medicale, quindi ho cominciato dal basso e da lì ho studiato molto.

All’inizio mi sono impegnato dove avevo lacune dall’ambito scolastico e maturando ho continuato ad applicarmi.

Quando dal medicale sono passato al Life Science, non avevo una formazione chimica, ma ho sempre avuto l’input del “voglio capire”, la curiosità di studiare anche ciò che non rientrava nelle mie competenze.

Ho approfondito quindi le mie conoscenze sulla cromatografia, sulle colture cellulari, volevo sapere come funzionasse l’affinità, il gel filtration, perché i ricercatori utilizzano quel dispositivo e quali sono gli scopi industriali.

E immagino che avesse esercitato questo approccio anche precedentemente, con gli scopi clinici della ventilazione…

Certo! Quando ero nella parte commerciale, il dettaglio delle informazioni era preponderante, in quanto il medico ha bisogno di entrare nel dettaglio sulla resa funzionale della strumentazione.

Investigare su questi temi non era un must della mia figura, ma quel qualcosa in più a cui mi hanno portato le ambizioni personali.

In effetti, andando oltre, ho fatto in modo che mi si aprissero più opportunità: prima nel marketing e poi nel supporto remoto.

Quali sono le caratteristiche e le peculiarità che un/una biomedic* dovrebbe avere oggi e per il futuro al fine di collaborare sempre più direttamente con le realtà biomedicali incluso il nostro SSN (sistema sanitario nazionale)?

Date per baseline le conoscenze biomediche, chi fa questo mestiere dovrebbe avere un minimo di infarinatura a livello medico.

Per esempio, un ingegnere che voglia lavorare a contatto con i medici della terapia intensiva deve chiedersi il motivo di tante diverse tecniche o perché si usano determinati farmaci, quali sono le cose più importanti per il medico.

Seconda cosa: sapere che il mondo sta andando verso quello che chiamiamo automation o in ambito biomedicale telemedicina; quindi, ci si deve saper interfacciare con essa.

Parla di conoscenza di reti/telecomunicazioni?

Parlo di metodi digitali. Se un medico ha bisogno dei dati in una cartella clinica o di averli a disposizione online quando vuole, serve quello specifico know-how.

Non è più la conoscenza limitata al macchinario che rilevi e mostri dei parametri, sapere come fare a mettere il dispositivo in rete, come rendere fruibili i parametri, come archiviarli.

Un brevissimo consiglio per i nostri ragazzi, anche attraverso il titolo di un libro, una canzone, un film

Per me la conoscenza è potere, quindi anche se qualcosa dell’ambito lavorativo apparentemente non serve in quel momento o per qualche motivo hai dovuto “sbatterci la testa”, cerca di capirlo, magari partendo dalle basi.

Se acquisisci questo nuovo pezzo di sapere, forse non ti sarà utile nell’immediato… o magari potrebbe emergere nel futuro l’opportunità di sfruttarlo, perché potrai vantarti di essere andato oltre.

La cultura e lo sforzo per assorbirla sono un valore aggiunto affatto scontato. Più sai, più sei forte.

Pillole di scienza

A proposito di sistemi per la ventilazione: anestesia vs terapia intensiva

Un ventilatore polmonare è un dispositivo che  insuffla aria e/o gas anestetici nei polmoni.

Dal punto di vista ingegneristico, i principali gruppi funzionali di un sono quello pneumatico e quello elettronico, che cooperano nel controllo delle grandezze principali: flussi e pressioni.

 Attraverso le sue componenti, pneumatiche ed elettroniche, induce o completa l’inspirazione, la pausa respiratoria e l’espirazione del paziente seguendo una certa frequenza ventilatoria, nonché un determinato regime di pressioni.

Dal punto di vista clinico, la differenza principale della destinazione d’uso tra i ventilatori per anestesia e quelli utilizzati nella terapia intensiva sta nelle modalità di ventilazione: controllate o assistite.

Infatti, i diversi gradi di assistenza utilizzati nei rispettivi ambiti dipendono dallo stato del paziente e cioè dal suo livello di autonomia nella respirazione.

La classica situazione in cui la ventilazione è completamente controllata è quella in anestesia generale, dove il paziente non è autonomo per la durata dell’operazione.

Nell’ambito della terapia intensiva, la prospettiva temporale e dello stato di salute è differente. Un paziente rimasto intubato e ventilato per un lungo periodo di tempo potrebbe non riuscire, con diaframma e il resto della sua muscolatura, a triggerare un atto respiratorio completo.

In questo caso la ventilazione assistita dovrà supportare l’azione, concludendo l’intenzionalità della respirazione triggerata, rilevata o in flusso o pressione.

Con la progressione dell’autonomia nella respirazione, con volumi compatibili con lo svezzamento dal ventilatore, si apre la possibilità di ventilazione non invasiva, attraverso le maschere e i caschi.

Questi possono essere step precedenti all’intubazione o successivi all’estubazione, per abituare gradualmente il paziente allo sforzo della respirazione.

Un’ulteriore differenza è che in anestesia di sala operatoria permettono uso gas anestetici, quindi anche il loro hardware presenta componenti adatti a questo scopo.

Non è detto che i due tipi di ventilazione siano interscambiabili. È tristemente noto quanto l’impennata di pazienti critici durante la pandemia da COVID-19 abbia travolto la capacità di accogliere i pazienti nei reparti di terapia intensiva negli ospedali italiani..

Lo stato di emergenza sanitaria ha costretto in molti casi ad adottare le macchine per anestesia come alternative ai tradizionali ventilatori meccanici in terapia intensiva, con non poche difficoltà.

Ringraziamo la gentilissima Dottoressa Giulia Arnulfo della Scuola di Specializzazione in Anestesia Rianimazione e Terapia Intensiva e del  Dolore di Torino per il contributo medico alla pillola di Scienza.

Citiamo nelle altre fonti e consigliamo un video del bellissimo canale “To the Science & Beyond!”, pieno di ispirazioni ingegneristiche e biomediche: Come funziona un VENTILATORE POLMONARE | Ingegneria

Un grazie speciale a Gianmarco Sassi (https://www.linkedin.com/in/gianmarcosassi/) per il suo splendido percorso condiviso e per voi che ci seguite, scriveteci alla info@wewomengineers.com e pubblicheremo la vostra storia!

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